La conquista del confine

All’inizio del progetto Conquiste avevo intuito la complessità di fasi necessarie, il coraggio di mettere sotto osservazione alcuni lati oscuri del capitalismo e le stratificazioni economiche e visive verso le quali si procedeva. C’è stato un momento in cui si è reso chiaro che il titolo scelto _ Conquiste_ pervadeva ogni atto per conseguire il risultato, ma in modo da configurare le relazioni intervenute per portare a termine gli stadi progettuali come conquiste giornaliere di confini, oggetti, suggestioni e variabili stati d’animo. Sotto alcuni aspetti abbiamo seguito le orme dell’oggetto sul quale l’artista aveva puntato l’attenzione, abbiamo forse vestito i panni e le movenze di un gruppo indistinto quasi come infiltrati dediti ad un’osservazione inevitabilmente partecipante¹ . Ad oggi che scrivo, ho la sensazione che l’agire artistico, non solo per queste ragioni, ha un ritmo proteso in avanti più di ogni altra posizione umana. L’evoluzione del codice linguistico di Rosario Antoci si basa saldamente sulla mutazione del paesaggio, le identità subite e l’estetica dei confini. Su queste traiettorie di ricerca si fonda l’intero impianto linguistico che dalla riflessione sulla cultura del frammento perviene ad una serie di sguardi dedicati alle superfici dei santuari della socializzazione contemporanea: luoghi studiati ma anche residuali, spazi, per dirla con Zygmunt Bauman² , che tendono ad uno stato liquido, non conservano mai a lungo una forma, si modificano, debordano, e quanto più assumono i caratteri di un materiale liquido tanto conquistano porzioni di territorio che in breve tempo è preda di valanghe di brand e loghi. Sull’asse della liquidità si innesta la cronaca delle identità subite dal consumatore che si crede attivo, ma che invece è oltremodo ridotto ad unità di informazione sul proprio personale consumo e potere di acquisto³ . Le strutture prefabbricate, a montaggio istantaneo, nate per la veicolazione e distribuzione di merci assumono lo status di luoghi accoglienti, perfetti per ogni variazione climatica e appoggio puntuale per il quotidiano noioso e frenetico. Gli edifici e i corollari pensati per circondarli sono nastri di un visivo continuato dal quale Rosario Antoci estrae, senza ulteriori interventi, il dato estetizzante che non rimane mai privo di responsabilità e diventa parte del percorso indiziario che muove dalla presenza di un punto di osservazione e la consequenziale proposta di una serie di elementi che ci ricorda l’aderenza al tempo che viviamo. Conquiste è la complessa installazione che risale la parete come un edera metallica, una micro epidemia invadente che si appropria dello spazio definendo un nuovo confine che non è rappresentato né riportato su mappa urbana, ma testimonia il continuo ed inarrestabile movimento delle frontiere e di quei limiti che l’uomo tende a superare, colonizzare e conquistare. Le insegne che Antoci ha preso come unità scultorea sono i resti di qualcosa che non esiste più o di altro che è cambiato, ma l’assenza di loghi ci dice che troppo spesso il messaggio delle nuove conquiste ( economiche e tecnologiche) risulta essere l’ultima preoccupazione perché la preferenza è rivolta verso un più potente suggerimento di massa, coercitivo e pervasivo. Sono scheletri e scarnificazioni di quello che riusciamo ad edificare e dismettere in poco tempo, gli eventi della vita contemporanea sono attimi al consumo, brevi, forsennati e tendenti all’oblio e la conferma è l’intero percorso che ha dato vita al progetto di Conquiste: le insegne che ora sono parte dell’opera di Rosario Antoci attendevano lo stesso oblio in alcuni cimiteri dove la frenesia del marketing riesce ad accumulare giganti di ferro, plastica e neon senza che nessuno possa minimamente immaginarlo. Quando si discute di identità, si fa spesso l’errore di non considerare lo spazio vitale e il paesaggio come fonti di appartenenza culturale ed invece accade spesso che l’arte sia oggi attenta e aderente al presente anche quando la lettura dei fatti e i progetti non portano direttamente alle forme desiderate dalle masse. Il paesaggio, lo afferma anche Roberto Zancan4, possiede il ruolo di costruzione del profilo civile di un paese e sulla capacità di immaginare, disegnare e trasformare si gioca il rapporto tra la società e il suo specifico territorio. Rosario Antoci, anche nella serie Involucri, punta ad una riflessione contingente: la differenza tra paesaggio e contesto e la conquista consapevole o no del confine. Dai lavori fotografici emergono visioni non riconoscibili, passaggi veloci da una struttura architettonica ad un parcheggio simmetrico, l’ordine di elementi pensati per gli esseri umani senza gli esseri umani di mezzo e dentro questo meccanismo che l’artista genera l’estetica del disorientamento, quello spaesamento che i luoghi in oggetto scatenano in noi ma anche l’improvviso senso di accoglienza che trova appagamento nell’interno dell’involucro. L’interesse è per la pelle, per la superficie esterna che è visibilmente il filtro del nostro essere nello spazio sia quando lo viviamo ma anche quando lo subiamo: nelle nuove frontiere “conquistate” quasi tutto è artificiale e a partire dai confini si sviluppano rapporti di forza e di controllo dove si riflette il conflitto, non solo visivo, tra identità e appartenenza.

Francesco Lucifora

¹ L’ osservazione partecipante è una tecnica di ricerca etnografica incentrata sulla prolungata permanenza e partecipazione alle attività del gruppo sociale studiato. Questo metodo è stato reso celebre da Bronislaw Malinowski ed è divenuto fondamentale per le scienze etno antropologiche.

² Zygmunt Bauman (Poznań , 19 novembre 1925) è un sociologo e filosofo di origine ebraiche, il suo contributo all’analisi della postmodernità si basa, tra le altre teorizzazioni, sulle metafore di modernità liquida e solida.

³ Il potere del consumo, Vanni Codeluppi, pag 12, Bollati e Boringhieri, Torino 2003

4 Teorie e storie dal landscape, Roberto Zancan, Gangemi editore, Roma, 2005