Geo grafi (c) amente / installazione, legno, bulloni, ruote, video pal 13′ 20” /Sebastiano Mortellaro

E’ importante comprendere le trasformazioni che oggi operano nel presente sempre più stratificato, complesso e mediato. Una di queste avviene grazie al contributo dell’arte e la sua relazione con una serie di concetti dispersi nel passaggio tra il XX e XXI secolo. L’attività artistica si caratterizza di forme, pratiche e funzioni che evolvono secondo le epoche e i contesti storici: l’arte non è immutabile.

Alcune istanze della modernità si sono esaurite con poche resistenze che riguardano gli ideali fondanti, quello che viene ancora chiamato “nuovo” non è più un criterio di riferimento e bisogna fare chiarezza: l’arte che doveva porre le basi di un mondo futuro oggi elabora modelli di universi potenziali.

In questa possibilità risiede una delle istanze prima rie dell’arte del presente, “apprendere ad abitare meglio il mondo” come scrive Nicolas Bourriaud. Per conseguire ed offrire tale posizione di apprendimento, l’artista opera dentro la stratificazione visiva e iconica, antropologica e culturale. La sfera delle relazioni umane diventa più urgente dell’affermazione di simboli privati e autonomi. Se prima erano degne di nota la tecnica, la disciplina e la rappresentazione, oggi è soprattutto rilevante il “dove”. L’arte contemporanea apre spazi altrimenti chiusi e occultati a causa degli scarti formati all’ombra del darwinismo culturale o per altri impauriti e smarriti ai quali il tradizionalismo ha insegnato a detestare ciò che avviene nel presente. Invece po, l’arte si evolve senza che nessuno possa impedirlo, per fortuna!

Ho detto tutto questo perché Geografi (c) amente è una personale /relazionale in cui Sebastiano Mortellaro ha riversato con un dispositivo interattivo il suo pensiero riguardo alla geografia che mente e che abbiamo imparato talmente a memoria da farci perdere lucidità di visione. La forma è quella di una terra che è stata sempre trasformata da altri, pochi, fin troppo pochi. Una forma scultorea e installativa che rilancia un doppio senso di collettività: opera pensata in provenienza dalle relazioni tra l’artista e il popolo siciliano, opera che viene “azionata” da un insieme casuale di persone. Il risultato è la continua trasformazione, il rifiuto di una condizione di incertezza tra il non fare, il non voler fare e l’impedimento al fare.

* Francesco Lucifora

Geografi(c)amente si rifà al concetto di una geografia che mente, vissuta cioè come menzogna. Ed anche al concetto di un territorio che si conosce a mente. Le geografie rimandano alla storia, alle culture dei popoli, al potere, alle disgrazie, alle bellezze. La Sicilia nella sua forma è spigolosa, è un triangolo, assomiglia, però, anche ad un oggetto, una pistola, simbolo del cancro di questa terra: le mafie.

Geografi(c)amente non vuol essere concettualmente un’opera statica, non un monumento ai caduti in guerra, ma vuol dare l’idea dinamica del cambiamento, del continuo spostamento dei punti di riferimento. Una forma che può diventare altra e ancora altra: deformare, cercando di mettere in relazione i punti dal nord al sud, dall’est all’ovest e cosi via. Smentire, quindi, una geografia che si ha a mente da secoli, cristallizzata nell’idea che niente si possa fare o nel non voler fare, ma che invece ha in se le potenzialità di sviluppo, di un’evoluzione attraverso la fusione, il confronto, il mettersi in gioco dei luoghi, delle città, delle persone.

Le relazioni non hanno necessariamente bisogno di esistere all’interno di spazi istituzionali e definiti, non dipendono dalla classe sociale o dall’età dell’individuo, le relazioni sono per definizione aperte, aperte a chi ha voglia di mettersi in gioco partendo da zero e non da ciò che è già vecchio; ciò che è vecchio non può passare per nuovo, ma riconosciutolo come tale va trasformato, rielaborato per arrivare al nuovo, all’attuale.

La superficialità da parte dell’individuo che vive in loco, chiuso nel suo ristretto orizzonte, genera ignoranza; l’approfondimento, lo studio generano la guarigione. Lo sviluppo di un territorio dipende sì dai giovani, ma anche da coloro che sulle spalle si portano un bagaglio culturale enorme che lasceranno in eredità a coloro che arriveranno dopo: di quel bagaglio  si dovrà  avere grande cura.

Solo deformando i concetti predefiniti e stereotipati, bagaglio insensato che perde pezzi col passare del tempo, si riuscirà a raggiungere una forma non rigida ma aperta e si passerà dalla geografia che sempre abbiamo avuto a mente, a quella diversa, frutto di ciò che saremo riusciti a smentire. Perché una geografia di un cambiamento avvenuto solo in superficie ma in realtà rimasta ancorata a vecchi schemi  medievali, dove vi sono ancora le contee, dove vi sono delle gerarchie, dove vi sono i limiti, dove il mio è mio e il tuo è tuo, va smentita.

L’immagine che spesso molti hanno della Sicilia è quella di una terra isolata anche da un punto di vista geografico, una terra dove l’evoluzione e i processi sono lenti, ma dove questo lamento soltanto riesce ad essere veloce, il lamento di costoro! Il lamento di chi non crede e non ha voglia di darsi, di dare se stesso, che non vuole suicidarsi. Suicidio sarebbe la parola adatta a chi crede fermamente alle potenzialità di questa terra: riuscire a vedere al di là di quello che non c’è e che potrebbe esserci, oltrepassando i limiti naturali e sovrannaturali con la mente.

* Sebastiano Mortellaro