Le prime macchine siamo noi

Le prime macchine siamo noi. La ripetizione e la reiterazione di gesti e comportamenti sono l’anima attuale delle nostre relazioni e della nostra vita. Con velocità si è scivolati verso un sistema composto da automatismi che lasciano poco spazio alla spontaneità di azione e di pensiero. E’ difficile ammettere di assomigliare sempre di più alle macchine che abbiamo creato quasi a nostra immagine e somiglianza, ma non era prevedibile l’avvicinamento progressivo al movimento ripetitivo di un meccanismo. La storia del presente narra anche questo. Il nuovo millennio, festeggiato quasi dieci anni fa, è testimone di un cambio di ritmo biofisico, una frenetica accelerazione delle azioni quotidiane a scapito di un mondo sempre meno fantascientifico e sempre più automatico. Nel frattempo ci chiudiamo gradualmente in noi stessi, nell’adorazione dell’individuo e appare plausibile soltanto una metodica e costante produzione di lavoro e di opere.

La resurrezione della macchina consiste nel paradosso che vede protagonista l’uomo e il mezzo, il rapporto sempre più stretto e viscerale con esso e la diminuita distanza tra un procedimento meccanizzato e la nostra esistenza.
A fronte di un ripensamento del presente si è già delineata una resistenza che oppone all’automata di carne l’aumentata sensibilità intrisa di riflessioni ed elaborazioni di pensiero. L’arte non rimane di certo a guardare, ma ha affinato gli strumenti ed entra negli angoli più remoti della realtà come un liquido. Consumata la rappresentazione e percorse le strade storicamente note, nasce la possibilità di un’estetica vicendevole, di una creatività diffusa, di un’estetizzazione del quotidiano, della costruzione della partecipazione come rete. Queste tematiche sono state , in gran parte, affrontate dai futuristi e dai surrealisti e in seconda battuta dai situazionisti che cercavano di spezzare l’isolamento dell’individuo nella società e affrancarlo dalla banalizzazione di idee e comportamenti, oggi automatismi.

Cosi Debord indicava l’ambiente non nel senso architettonico ma psicofisico e la città e altri luoghi diventano l’intreccio dinamico di incroci casuali e coincidenze alogiche. Cosi Claudio Cavallaro lavora sul luogo simbolo del lavoro e dell’operosità riflettendo le connessioni, altrimenti invisibili, tra la morte delle macchine e i pericolosi automatismi umani. Il lavoro specifico sul luogo permette di svelare oggetti, solo in apparenza defunti, che rivivono con l’artificio del fluorescente, collocati negli antri più reconditi di macchine giganti. L’indagine sul Molino e Pastificio della Contea si sviluppa mediante l’individuazione dello spazio come grande e fecondo ready-made, morente dal punto di vista produttivo, ma ancora capace di comunicare e veicolare messaggi. Il linguaggio di Machine Resurrection si produce a partire da interazioni umane e contesto come azione che sancisce scambi intersoggettivi secondo un doppio binario etico-estetico che opera secondo una memoria dinamica e tiene conto dell’aspetto cognitivo e di un’aumentata responsabilità dell’agire artistico. Claudio Cavallaro incede con un metodo diretto e indagativo, rivolto alla ricerca di soluzioni disvelatorie che mostrino anche i lati oscuri del mondo o di quelle cose del mondo che preferiamo ignorare: l’orrore della guerra, i conflitti etnici e religiosi, la violenza, la povertà e la miseria di milioni di persone. Fatti del presente, complessi, dolorosi, scomodi, ma reali che spesso vengono nascosti dall’informazione che, lunga mano del potere economico e politico, controlla e reprime relegandoci nell’oasi della distrazione di massa. L’arte come contropotere, scrive Bourriaud,e in questo sistema l’artista si confronta con “l’altro”. L’opera nasce anche dal radicamento nei luoghi, svincolata da qualsiasi strumentalizzazione e indicando la via dell’identità contro ogni tipo di stereotipo.

Il molino produce la materia prima alla base del sostentamento: la farina. Con alcuni scarti di essa l’artista ha creato impasti con i quali ricoprire i ready-made ed innescare domande sugli sprechi dell’ iper-consumo e la disonesta e grave ripartizione del cibo nel mondo. Una mappa per identificare i luoghi del mondo ai quali viene negato il cibo . Alcune macchine sono letteralmente invase dalle farfalle, un numero ingente di ritagli unici operati da Claudio Cavallaro con il fine di palesare la relazione tra la delicatezza dell’atto e la mostruosità dell’essere macchina. L’artista siracusano persegue, sin dai primi sopralluoghi, un’azione creativa diffusa e collettiva pensando ad un momento espositivo sostentato da logistiche proprie ed energie di gruppo, rispondendo così alle gravi difficoltà provocate dall’esiguità di fondi destinate ai giovani artisti.
La scelta dell’esposizione in un luogo come il Molino nel quartiere storico di Modica Alta ha radice nella volontà di riposizionamento dell’arte e coinvolgimento diretto del pubblico contando che la città ha visto nascere, pochi mesi fa, la prima biblioteca specializzata in arti contemporanee, il C.o.C.A. Center of Contemporary Arts, segno indiscutibile, tra gli altri, della forza del contemporaneo che smentisce chi afferma che l’arte contemporanea, a Modica, possa essere qualcosa da temere, ma al contrario rappresenta un’ampia possibilità di condivisione e di revisione di alcuni atteggiamenti umani troppo segnati dai clichés e da false identità.

Francesco Lucifora